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Non è ancora stata fatta giustizia

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COSMO Radio Colonia - Beitrag 06.12.2021 05:34 Min. Verfügbar bis 06.12.2022 COSMO


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Non è ancora stata fatta giustizia

di Cristina Giordano

Quattordici anni fa l’incendio nello stabilimento di ThyssenKrupp in cui morirono sette operai. A cinque anni dalla sentenza italiana di condanna, Harald Espenhahn, il manager ritenuto il maggiore responsabile della tragedia, non ha ancora scontato un solo giorno di carcere. L’approfondimento a cura di Cristina Giordano.

Bundesverfassungsgericht

La Corte Costituzionale si deve ancora esprimere sul ricorso

Espenhahn ancora libero

Harald Espenhahn, manager tedesco, ritenuto dai giudici italiani il maggiore responsabile della morte dei sette operai non ha ancora scontato un solo giorno di carcere. Nonostante la conferma della condanna italiana da parte del tribunale tedesco, prima che potesse scontare la sua pena Espenhahn – a luglio 2020 – aveva fatto ricorso alla Corte costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht). Oggi la Corte ci ha ulteriormente confermato che non si è ancora pronunciata e non è prevista una calendarizzazione per la decisione. Antonio Boccuzzi, ex collega degli operai deceduti nel rogo e unico sopravvissuto: «Un giorno che ci presenta come tutti gli anni il conto di un percorso incompiuto. Ogni anno diventa anche più difficile affrontare il momento della commemorazione e arrivare davanti alle tombe dei ragazzi e non potergli dire finalmente abbiamo terminato il nostro cammino e giustizia è stata fatta.»

Il ricorso di Espenhahn

Espenhahn ha fatto ricorso facendo appello a presunti vizi formali nel processo italiano (mancanza di alcuni documenti, traduzioni e mancanza di prove sulla sua responsabilità individuale nel dolo dell’incendio). Spetta ora ai giudici di Karlsruhe chiarire se questi elementi abbiano o meno influito sull’esisto del processo. Fino ad allora la pena è sospesa e Espenhahn resta libero. Gerald Priegnitz, l’altro manager condannato, invece da luglio 2020 sta scontando la pena di cinque anni in semilibertà.

Il ritardo della Corte costituzionale

Secondo il costituzionalista Mario Bachmann, docente di diritto all’Università di Colonia la legge tedesca non fissa un termine massimo entro il quale la Corte è chiamata a esprimersi. Ma trascorso un anno dal momento in cui il ricorso è stato accolto, chi lo ha chiesto (in questo caso il manager tedesco) può chiedere le motivazioni del ritardo e appellarsi alla Corte. Ma la storia giudiziaria, continua Bachmann è ricca di sentenze arrivate anche a distanza di molti anni. I motivi possono essere molti. Spesso viene data precedenza ai casi di rilevanza politica e di attualità – vedi per esempio in questo periodo, i casi che riguardano le decisioni sulla pandemia.

Come è stato ricordato questo tragico giorno in Italia?

Questa mattina c’è stata l’inaugurazione del nuovo mausoleo nel cimitero Monumentale di Torino che ha accolto le tombe dei ragazzi. Così Antonio Boccuzzi: «C’è stato per i famigliari un nuovo funerale. Quindi una ferita che non si è mai rimarginata, che viene continuamente aperta. Sicuramente era stata una loro richiesta, ma ovviamente causa del dolore.»

Le storie in un libro

Boccuzzi ha ricordato che è stato recentemente pubblicato anche un libro che ha raccolto tutte le storie dei ragazzi morti nell’incendio. Il titolo è «Non voglio morire», l’ultima frase pronunciata prima di morire da Giuseppe Demasi, uno dei giovani operai. Antonio Boccuzzi: «È una frase che ci colpisce con un pugno nello stomaco, ma deve colpire con un pugno nello stomaco tutti coloro che leggendo questo libro comprendono quanto è poco civile un paese che permette oltre mille morti sul lavoro. Non voglio morire è assurdo che sia l’urlo di un ragazzo di 26 anni che dovrebbe avere tutta la vita davanti a sé. Però questo è purtroppo quello che un’azienda e dei manager con poca etica hanno deciso avvenisse quella notte.»

La Corte europea dei diritti dell’uomo

Parallelamente alla decisione della Corte costituzionale tedesca, le famiglie delle vittime attendono anche che si pronunci la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, chiamata a esprimersi proprio sul diritto alla giustizia infranto per le famiglie delle vittime, a causa dell'eccessiva lentezza del percoso giudiziario sia in Italia che in Germania. Anche in questo caso i famigliari sono costretti ad aspettare. Manca ancora una decisione.

Stand: 06.12.2021, 18:38