"Spatriati"

Ascolta l'intervista a Mario Desiati

COSMO Radio Colonia - Beitrag 26.05.2021 05:45 Min. Verfügbar bis 26.05.2022 COSMO


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"Spatriati"

di Cristina Giordano

Mario Desiati torna con un romanzo nato nel periodo berlinese e dedicato a tutti gli „spatriati“: a chi recide le proprie radici per trovare la propria identità, e a chi resta vivendo contro le convenzioni. Ai nostri microfoni dice: «È il canto di queste ferite, che sono le ferite di tutti noi».

spatriati

La copertina del libro

«Spatriati» (Einaudi) racconta la storia di Claudia, ribelle e girovaga che trascorre un anno a Londra, poi lascia la Puglia per Milano e infine si invaghisce dell’atmosfera di Berlino. E Francesco, in cerca della sua identità, ma abbracciato alle radici della sua città, Martina Franca. In questo romanzo di formazione, Mario Desiati racconta il desiderio di questi due ragazzi di capire chi siano e seguire i loro desideri più profondi. L’intervista a Mario Desiati e a cura di Cristina Giordano.

Il titolo „Spatriati“ è un termine che arriva direttamente dal tuo dialetto, dal dialetto pugliese e fin dalle prime righe racconti quanti significati diversi possa avere questa parola e che riflettono in qualche modo il carattere dei personaggi.

Mario Desiati: «Spatriati è una parola che oltre a voler dire ‘esser andati via’, parola presente nel dizionario italiano, in molti dialetti pugliesi, compreso il mio, ha anche queste sfumature di ‘irregolare, incerto, ramingo, qualcuno che è stato interrotto nel processo di un’azione’ per esempio il sonno espatriato, il viaggio espatriato. Lo spatriato è il movimento di tirarsi fuori da qualcosa che era giusto fare secondo la morale e la convenzione comune. E mi sembrava la storia che avevo in testa da raccontare. Quando ho iniziato a scrivere questo libro, sapevo che si sarebbe intitolato «Spatriati». Ero da poco andato in Germania, avevo cominciato a vivere a Berlino e avevo in testa un libro che raccontasse di persone spatriate, dovevo semplicemente trovare la voce. Ed è stato il lavoro che ho fatto in questi anni (2015-2019) perché il libro ha avuto una gestazione di quasi cinque anni, un lungo processo che è stato spatriato qualche volta.»

I due personaggi della storia, Claudia e Francesco, hanno due modi diversi di rapportarsi alla vita, alla crescita, perché questo di fatto è un romanzo di formazione. Da un lato la voglia di ribellarsi (ndr. di Claudia), dall’altro stretti dalle convenzioni (ndr. Francesco).

Mario Desiati: «Sì, in realtà sono due spatriati in modo diverso perché nel caso di Claudia si tratta di una spatriata che capisce subito che il suo posto nel mondo non è dove è nata e non è nelle funzioni e nelle convenzioni delle persone che la circondano, quindi spatria, anche fisicamente. Mentre Francesco che è l’io narrante, è uno spatriato che resta. A volte si può essere ‘spatriati’ (così): persone che cercano la propria identità e lavorano sul loro essere unici, rispetto a quel che pensano gli altri e ribellarsi alle oppressioni e alla pressione sociale, che esiste dappertutto – non è soltanto una caratteristica della provincia, esiste anche negli ambienti più insospettabili, anche nelle bolle elitarie. In ogni posto esiste un’oppressione sociale. Spatriato è chi ne prende coscienza e nonostante ciò riesce a essere sé stesso per avere il piacere di essere fino in fondo sé stesso.»

Nella crescita, questi due personaggi c’è la scoperta di confini non troppo precisi tra maschile e femminile, non così netti come in realtà una fetta della società vorrebbe vedere.

Mario Desiati: «È una delle tante patrie da cui si espatriano cioè l’identità della propria sessualità, della propria famiglia. Loro reinventano continuamente il loro essere sé stessi. Non è importante il sesso della persona che amano, è importante chi sia quella persona e come sia quella persona. E importante che ci siano dei sentimenti e non è importante la forma di famiglia che si crea, che debba rispondere alle regole convenzionali di famiglia uomo-donna e dei figli, ma reinventare anche in questo caso una forma di famiglia.»

In un punto della storia tu racconti dei coetanei all’estero che una volta espatriati scoprono di ‘aver vissuto per venti o trent’anni in mezzo ai barbari’ e guardano al loro paese con occhi diversi. Come è stato per te quando hais celto di vivere a Berlino e come è ora visto che sei tornado in Italia?

Mario Desiati: «In quel punto del libro Francesco fa una riflessione che fanno tutti quelli che sono critici nei confronti degli expat, il luogo comune dell’italiano che molto spesso non ha avuto il coraggio di andar via. Perché a un certo punto per andare via devi avere anche una forza special, devi lasciare delle cose anche se vivi una situazione difficile – infatti ho sempre grande ammirazione per tutti quelli che sono andati via, e rispetto tantissimo anche tutti quelli che sono tornati o che sono rimasti – però chi Francesco ha il classico lamento del rimasto che dice ‘adesso avete scoperto che l’Italia è così brutta, ve ne andate via, quello che potevate fare non lo avete fatto’. Poi si rende conto subito dopo – ed è quel che penso anche io, che il mondo è fatto di sfumature, non si sa mai quel che c’è dietro alle scelte dolorose di una persona. E non si sa mai fino in fondo qual è la ferita che muove le decisioni delle persone. Questo è il canto di queste ferite, che sono le ferite di tutti noi.»

E tu quanto ti sei sentito spatriato?

Mario Desiati: «Mi sono sentito spatriato da sempre e mi sono sentito spatriato dove sono nato. E anche quando torno adesso, per ragioni famigliari, rimango sempre uno tornato ma sempre spatriato.»

Abbiamo riportato l'intervista, che trovate in forma audio, cliccando in alto sulla freccia.

Stand: 26.05.2021, 18:05