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Nero d'inferno

Ascolta l'intervista a Matteo Cavezzali

COSMO Radio Colonia - Beitrag 03.07.2020 05:57 Min. Verfügbar bis 03.07.2021 COSMO


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Nero d'inferno

di Cristina Giordano

Il primo a utilizzare un carretto carico di materiale esplosivo per un attentato fu Mike Boda. Calzolaio, emigrato anarchico di origine romagnola, che lottò contro lo sfruttamento degli italiani nelle fabbriche americane. La sua storia nel romanzo di Matteo Cavezzali, che ci svela anche alcuni restroscena sulle indagini infruttuose dell'Fbi.

Buchumschlag

La copertina del libro

Si intitola «Nero d'inferno» (Mondadori) il romanzo di Matteo Cavezzali che ricostruisce la storia di un suo corregionale, Mike Boda, o meglio Mario Buda, questo il suo vero nome, calzolaio arrivato negli States dalla Romagna (Savignano sul Rubicone) a inizio del '900 e passato alla storia come l'inventore dell'autobomba, utilizzata in un violento attentato contro Wall Street nel 1920. Oggi «Boda's bomb» è infatti diventato sinonimo di autobomba. Ai microfoni di Cristina Giordano, Matteo Cavezzali racconta il romanzo, svelandoci anche i retroscena delle indagini dell'Fbi.

Nero d'inferno racconta la storia di Mario Buda, che cambiò il nome in Mike Boda, per renderlo più semplice agli americani. Come un calzolaio di provincia emigrato negli Stati Uniti a inizio del '900, dove sogna di aprire un negozietto di scarpe, diventa un terrorista anarchico?

Matteo Cavezzali: «Come tante emigrazioni, parte con i migliori auspici. Nel senso che lui sperava, una volta arrivato negli Stati Uniti di trovare il Nuovo Mondo di cui tanto si parlava in Europa e di inserirsi nella società facendo il calzolaio. In realtà quando arriva, la situazione è molto diversa, c'è già un odio molto profondo verso gli italiani  e molto velocemente arriva a decidere di vendicare la situazione di sfruttamento che stavano vivendo gli immigrati, prima con scioperi, aderendo al movimento anarchico, e poi gradualmente con atti sempre più violenti, fino a diventare a tutti gli effetti il primo gruppo terrorista che aveva mai attaccato gli Stati Uniti frontalmente.»

Mike Boda fece parte del gruppo «The American Anarchist Fighters », chi ne erano i membri e quali erano i loro obiettivi?

Matteo Cavezzali: «Il gruppo era composto interamente da italiani. C'erano anarchici di altri paesi, c'era il gruppo dei polacchi, dei irlandesi, ma non si mescolavano molto tra loro. Erano italiani, quasi tutti del nord Italia e facevano parte di questo gruppo anarchico anche i due anarchici famosi Sacco e Vanzetti, uccisi in maniera, con una sentenza ingiusta da parte del governo americano. Quello fu l'innesco che trasformò poi questo gruppo di sovversivi in un gruppo molto pericoloso a cui la polizia di mezzo mondo diede la caccia per molti anni, con scarsissimi risultati».

Le violenze iniziarono con quelli che vengono definiti «gli eventi del 2 giugno 1919» che poi portarono al tragico attentato del 16 settembre 1920 a Wall Street, che rese celebre Mike Boda. Cosa successe in questo attentato e cosa portò a questa violenza?

Matteo Cavezzali: «La violenza cominciò in modo molto simile a quello che sta succendo in questi giorni negli Stati Uniti, ovvero un momento in cui la polizia americana fermò un italiano, che si chiamava Salsedo e in questo fermo di polizia l'italiano morì, in circostanze molto sospette. Da lì la popolazione italiana cominciò a protestare in una maniera molto simile a quella che vediamo oggi, anche con episodi di saccheggi di negozi e episodi di violenza in cui la polizia carica la folla e ci furono diversi morti. A quel punto questo gruppo più integralista divenne a tutti gli effetti un gruppo di terroristi italiani e cominciarono ad attaccare, prima alcuni politici che si erano esposti contro gli italiani, con attentati mirati; dopodiché decisero di far saltare in aria Wall Street con un grandissimo attentato che rimase l'attentato più grave sul suolo americano fino all'11 settembre».

Tu hai ricostruito la storia di Mike Boda in maniera molto accurata, andando a recupere anche documenti dell'epoca. In quali testimonianze, particolarmente interessanti, ti sei imbattuto?

Matteo Cavezzali: «Le fonti sono state diverse. Una delle più interessanti è stata l'Fbi, sono entrato in contatto con un faldone, veramente molto corposo dove c'erano tutti i vari passaggi con cui questa indagine era stata via via riaperta, tutte le volte con esiti disastrosi, perché questa banda continuava a sfuggirgli, perché erano di fatto dei fantasmi, degli spettri, impossibili da rintracciare e quindi vedendo questi documenti dell'Fbi, la cosa che emergeva era che i motivi per cui loro non riuscivano a capire questi anarchici italiani erano fondamentalmente due. Il primo era che agivano in maniera trasversale, senza avere un leader, anche se Boda era una delle guide del gruppo. Di fatto non c'era un leader che dettava. E l'altro era il pregiudizio che c'era verso gli italiani, per la polizia americana gli italiani erano solo o mafiosi o terroristi e quindi non si fidavano di infiltrare nel gruppo. Quindi avevano fatto questa cosa comica ovvero avevano mandato qualche agente a seguire dei corsi serali di italiano e poi avevano tentato di mandarli a origliare le conversazioni nei bar. Voi immaginatevi questi poliziotti, che già davano nell'occhio perché non erano di corporatura molto simile agli emigrati italiani e in più sentivano questi dialoghi fatti in dialetto romagnolo o piemontese o veneto e ovviamente non capivano niente, quindi gli erano sfuggiti tutti. Questa parte dell'indagine è stata divertente perché ho scoperto un aspetto che non mi sarei aspettato.»

Abbiamo riportato solo una parte dell'intervista, che trovate completa in forma audio, cliccando in alto sulla freccia.

Stand: 03.07.2020, 18:29