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La linea del colore

Ascolta l'intervista ad Igiaba Scego

COSMO Radio Colonia - Beitrag 12.06.2020 05:55 Min. Verfügbar bis 12.06.2021 COSMO


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La linea del colore

di Cristina Giordano

Lafanu Brown, pittrice afroamericana, sulla scia del Gran Tour, arriva in Italia. Ai giorni nostri, Leila, curatrice d'arte ne vuole recuperare le opere. Entrambe raccontano la ribellione antirazzista e femminista. Romanzo più attuale che mai, sulla lotta per i diritti degli afrodiscendenti. L'autrice Igiaba Scego: «La protesta del #Blacklivesmatter è anche la nostra».

Buchumschlag

La copertina del libro

Stati Uniti, metà dell'800. La protagonista è Lafanu Brown, figlia di madre indiana Chippewa e padre haitiano, pelle nerissima, lascia il villaggio dove vive e grazie alla protezione di due donne bianche, giunge in Italia, sull'onda del Gran Tour. Qui diventa una ritrattista apprezzata dalla borghesia americana in soggiorno a Roma. Lafanu insegue così il sogno di diventare una grande artista, ribellandosi alla segregazione razziale e al patriarcato.

Giorni nostri, Roma. Leila, curatrice d'arte italosomala scopre la storia di Lafanu e ne vuole recuperare le opere. Mentre Binti, sua cugina cerca di lasciare la Somalia per raggiungere l'Europa. Con un intreccio su più piani narrativi, tutte e tre le storie raccontano la lotta per i diritti degli afrodiscendenti. Si intitola "La linea del colore" (Bompiani), l'ultimo romanzo di Igiaba Scego, intervistata qui da Cristina Giordano.

La "Linea del colore" racconta la storia di Lafanu Brown, pittrice afroamericana che verso la metà dell'800 arriva in Italia per studiare i classici. È la storia di una doppia rivoluzione: quella contro il suprematismo bianco e quella femminista?

Igiaba Scego: «Sì, in realtà affronta anche il tema della ricerca dei propri sogni. Lafanu Brown è ispirata a due donne realmente esistite, che a metà dell'800 sono venute a Roma. Una si chiamava Edmonia Lewise, era una scultrice e l'altra era Sarah Parker Remond, un'attivista abolizionista, che in Italia è poi diventata ostetrica. La cosa interessante, che mi aveva colpito nelle loro biografie è che entrambe subiscono una gravissima aggressione negli Stati Uniti e decidono di andare via. Per pensare meglio al loro paese ma anche per darsi una chance di vita».

Come Lafanu, che in Italia affronta un nuovo inizio, una nuova nascita?

Igiaba Scego: «Sì. Io ho usato questa cornice del Gran Tour, il Viaggio in Italia fatto dai gentiluomini, dai borghesi, soprattutto maschi bianchi e in qualche modo l'ho trasformato in un viaggio femminile. La cosa che mi aveva colpito quando studiavo le fonti è che soprattutto le donne, donne bianche, avevano una grande libertà, non avevano più i lacciuoli che le reprimevano in madrepatria. Quando facevano il viaggio, in qualche modo si liberavano di questi lacciuoli. Inoltre io volevo parlare di viaggio. Perché in questo libro c'è il viaggio di Lafanu Brown ottocentesco, che si rispecchia però nel viaggio di Binti, una giovane donna contemporanea, somala che fa il viaggio verso l'Europa, quello dei migranti – sono giovani  come Lafanu Brown quelli che vogliono partire, hanno delle idee, vogliono studiare».

Il tuo romanzo che è ambientato tra l'800, e i tempi nostri in qualche modo lega, la vita di Lafanu Brown a quella di Leila, figlia della diaspora somala, curatrice d'arte a Roma, cugina di Binti di cui parlavi. Cosa unisce queste donne?

Igiaba Scego: «È la pelle nera. Tre donne nere. Tre donne che subiscono le discriminazioni, la cattiveria che c'è ancora verso chi è nero. Lo abbiamo visto con l'omicidio di George Floyd. Poi le unisce una sorta di sorellanza a distanza perché la curatrice d’arte che è italiana, afroitaliana, vede attraverso lo studio di Lafanu Brown e la vicenda di sua cugina, un'altra Italia. A me colpisce che tutti ora parlino di statue. Sono anni che io parlo di statue, urbanistica e tracce, nel caso italiano, tracce coloniali. Penso sempre che ci sia bisogno di fare un lavoro sui monumenti. A Marino (in provincia di Roma) con quattro schiavi incatenati, tra cui due donne mezze nude ed è una statua molto violenta. Io ho usato questa fontana nel libro e mi sono detta perché lasciamo queste tracce senza una spiegazione? Perché non facciamo un lavoro collettivo?».

Secondo te, come bisognerebbe affrontare la rielaborazione del passato coloniale, senza abbattuere le statue?

Igiaba Scego: «Negli Stati Uniti sono statue molto recenti anche per sfregiare la memoria degli afroamericani, e capisco la voglia di rimozione. Il tessuto italiano è diverso. L'architettura razionalista fascista è una bell'architettura. È chiaro che non puoi distruggere tutto ma puoi far capire perché una cosa sta in un certo posto. Poi io sono contenta che a Roma, nella mia città, sta per nascere un museo italoafricano dedicato a Ilaria Alpi e si vuole fare proprio questo: i manufatti coloniali che saranno messi in mostra saranno messi in relazione con una collettività di artisti e studiosi.»

Il tuo romanzo si muove tra l'America schiavista e Roma, il razzismo di allora si intreccia a quello moderno. Oggi la protesta del #Blacklivesmatter chiede diritti, che ancora non sono ottenuti del tutto. Come osservi tu, da afroitaliana, la protesta americana?

Igiaba Scego: «La protesta del #Blacklivesmatter è anche la nostra. Le manifestazioni americane hanno dato un impulso anche in Europa, a riflettere sulla condizione degli afroitaliani, afrofrancesi, afrobritannici eccetera. Penso che per gli Stati Uniti, non esagero se dico – che è un momento rivoluzionario. #Blacklivesmatter non è nato adesso, per chi segue gli Stati Uniti sa che è nato da un sacco di tempo. Ma per la prima volta se ne sono accorti gli altri, quelli che di solito non si indignano, non scendono in piazza. Nell'Europa noi dobbiamo ancora costruire tutta la nostra storia, abbiamo guardato sempre agli afroamericani, ma dobbiamo affrontare i fantasmi qua. Per esempio in Italia c'è qualcosa da risolvere che è la cittadinanza che non riguarda solo i neri, ma riguarda tutti i figli di migranti, che nati e cresciuti in questo paese sono ancora stranieri nella propria nazione. È una situazione assurda».

Abbiamo riportato solo una parte dell'intervista, che trovate completa in forma audio, cliccando in alto sulla freccia.

Stand: 12.06.2020, 18:29