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Febbre

Ascolta l'intervista a Jonathan Bazzi

COSMO Radio Colonia - Beitrag 07.08.2020 04:52 Min. Verfügbar bis 07.08.2021 COSMO


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Febbre

di Cristina Giordano

È una storia che parla di HIV e di periferia milanese senza retorica. Jonathan Bazzi racconta la sua storia senza filtri, nel romanzo d'esordio che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. E senza filtri l'autore si racconta anche nell'intervista curata da Cristina Giordano.

Buchumschlag

La copertina del libro

«Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è andata più via ». Inizia così il romanzo « Febbre » (Fandango) di Jonathan Bazzi. La diagnosi che seguirà sarà la positività al virus dell'HIV. Un romanzo « autofiction », perché basato sulla storia autobiografica dell'autore, qui al suo esordio. Accanto alla scoperta del virus, il racconto di Rozzano, quartiere «dormitoio » come viene definito nel romanzo - dell'hinterland milanese: dove esiste una « subcultura fatta di codici di cui poco si sa all'esterno». Nell'intervista, Cristina Giordano parla con Jonathan Bazzi, finalista al Premio Strega 2020, di questo e di tanto altro.

Nel tuo romanzo "Febbre", racconti come hai vissuto, la scoperta di essere sieropositivo. Hai dedicato il romanzo a Pier Vittorio Tondelli, scrittore scomparso a causa dell'Aids. Hai sentito la responsabilità di raccontare quanto ti è successo?

Jonathan Bazzi: «Sì, perché la malattia ancora oggi è marchiata dallo stigma, dalla paura, da un certo tipo di reazioni ma quando viene raccontata, viene raccontata dall'esterno, da sieronegativi, da persone che non convivono con il virus ma poi attingendo a un repertorio di linguaggi, immagini, parole che sono sempre quelle, congelate, ferme ai decenni della prima diffusione e ai momenti più tragici della storia dell'HIV. E quindi quello che io ho cercato di fare è stato quello, da una parta di aggiornare l'immaginario rimasto fermo a quegli anni lì, ma anche di appropriarmi di questa condizione raccontandola in prima persona, dall'interno, per rivendicare un punto di vista diverso rispetto a quello che già c'era. »

"Febbre" però non è un romanzo solo sull'HIV. Si entra nella periferia di Milano, a Rozzano, senza retorica né vittimismo. I personaggi sono autentici. Quanto ti è costato raccontare un posto che "ti odia e che hai odiato" - così scrivi?

Jonathan Bazzi: «Devo dire che c'è stato il riconoscimento abbastanza precoce, perché io era già dal 2012-2013 che avevo questa idea di raccontare quel posto. C'è stato il riconoscimento che quel luogo lì presentasse degli spunti narrativi, letterari, interessanti: è il tipo di atmosfera, anche di codici diffusi in quel posto lì, creano un tipo di psicologia collettiva condivisa che appartiene a quel posto così come a molti altri luoghi simili, perché poi sono molte le Rozzano d'Italia. Soprattutto quando mi sono spostato, ho smesso di abitare lì, un potenziale narrativo importante. »

In una periferia dove prevale la scarsa scolarizzazione, come è stato accolto il successo di "Febbre"?

Jonathan Bazzi: «Devo dire che Rozzano è un posto dove non si legge molto, quindi l'attenzione e l'interessamento quando si è cominciato a vedermi in televisione, quando c'è stato lo Strega che ha portato un altro tipo di visibilità. C'è chi si riconosce nel tipo di osservazioni della storia che ho raccontato e altri che si attestano su posizioni che sono più di difesa, questi tipici modi di dire per cui a Rozzano c'è anche gente perbene, ci sono molti servizi, non è più come una volta, che sono tutte cose che hanno un fondo di verità ma per me resta una differenza di base, posti come Rozzano non sono equiparabili alle grandi città, dove tutte le persone che come me si portano una differenza piuttosto visibile, riconoscibile, stanno tranquille. »

Sei riuscito, grazie alla letteratura, a smarcati dalle etichette che la società tende ad affibbiare, nel tuo caso gay, sieropositivo, balbuziente?

Jonathan Bazzi: «Credo che qualcosa che va in questa direzione sia successo, però anche nell'ambito della stampa, è chiaro che certe soluzioni sbrigative o ad effetto mi capita di trovarle. È un lavoro costante spostare un po' di più la sensibilità collettiva.»

Abbiamo riportato solo una parte dell'intervista, che trovate completa in forma audio, cliccando in alto sulla freccia.

Stand: 07.08.2020, 18:29