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«31 aprile. Il male non muore mai»

Ascolta l'intervista a Giuseppe Cesaro

COSMO Radio Colonia - Beitrag 09.04.2021 05:35 Min. Verfügbar bis 09.04.2022 COSMO


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«31 aprile. Il male non muore mai»

di Cristina Giordano

Data inesistente ma che segue il giorno del suicidio di Hitler. Un gruppo di giovani neonazisti vuole ripartire da lì e portare avanti il progetto del Reich. Il romanzo «nero» di Giuseppe Cesaro che dice: «Il male ritorna sempre, un incubo come quello dal quale questo romanzo è nato.»

Buchumschlag

La copertina del libro

Berlino. Dopo inchieste su corruzione e sanità, a Vera Stark è viene assegnata un'inchiesta estremamente complessa: far parlare i giovani del gruppo neonazista «31 aprile» e capire cosa li spinge verso la violenza. Ma l'inchiesta si rivela più complessa del previsto, con intrecci e personaggi che arrivano direttamente dagli anni del Terzo Reich: figli di SS, vescovi compiacenti con il nazismo, testimoni. Tra svastiche, armi e un'ideologia imbevuta di violenza, xenofobia e antisemitismo «31 aprile. Il male non muore mai» (La nave di Teseo), thriller di Giuseppe Cesaro. Cristina Giordano ha letto il romanzo per noi e intervistato l'autore.

Vera Stark è una giornalista a cui è stata affidata un'inchiesta delicata, scrivere sul gruppo neonazista «31 aprile» che dà tra l'altro il titolo al romanzo e che ci porta dritto al cuore della storia, più che mai attuale.

Giuseppe Cesaro: «Purtroppo sì, ed è una delle ragioni per le quali ho deciso a scrivere un romanzo di questo genere, nato da un incubo fatto una notte. Il nucleo della storia l'ho sognato, ma credo che questo incubo sia stato generato dal presente nel quale viviamo. È un problema internazionale. È il male che evidentemente affascina più del bene e siccome il nazismo è stata una delle forme più malefiche del male che la storia recente abbia conosciuto, affacina tutt'oggi generazioni di persone, soprattutto i più giovani e questo è un aspetto drammatico della nostra società.»   

Il «31 aprile» è una data scelta non a caso per dare il nome a questo gruppo.

Giuseppe Cesaro: «La tesi più acceditata, perché poi ce n'è più d'una è che il Führer si sia suicidato nel bunker della cancelleria il 30 aprile del 1945, poco prima che la città capitolasse sotto le mani dell'Armata Rossa e quindi questi ragazzi, che poi si scoprirà sono strumentalizzati da altre forze, vogliono ripartire da dove il Führer ha lasciato. E quindi si danno un nome che in realtà corrisponde a una data inesistente, che è appunto il 31 aprile, a significare il fatto che loro ripartiranno esattamente da quel punto per portare avanti il progetto del Reich millenario.»

In questo thriller, nazismo e neonazismo, oltre all'ideologia antisemita e xenofoba sono qui collegati da alcuni personaggi, tra cui Edna Schein, figlia di un generale delle SS, direttrice di un museo-mausoleo, nato sulle spoglie di una villa berlinese, definita «lager della porta accanto». Come è nata questa parte della storia, ci sono riferimenti reali?

Giuseppe Cesaro: «No, questa parte della storia è di pura invenzione. Ed è la parte che ho sognato in questo incubo, nel quale finivo come giornalista dentro questa villa-museo con esiti assai più devastanti di quelli che sono capitati a Vera Stark nel romanzo. Ho immaginato che questo luogo fosse uno dei primi lager urbani, nei quali all'origine del regime venivano eliminati gli oppositori, gli omosessuali, gli artisti e tutti i dissidenti – e solo successivamente anche gli ebrei, perché la "soluzione finale" inizia molto tempo dopo. E ho immaginato che questa storia di finzione, completamente immaginaria, si incrociasse con la storia vera, con quello che è successo non solo durante il regime, ma soprattutto dopo. Il modo nel quale in chiave antisovietica, molte forze che avevano alimentato, sia ideologicamente che fisicamente il Reich, sarebbero passate dall'altra parte e quindi sarebbero state riutilizzate dai vincitori, rimettendo in discussione gli stessi equilibri internazionali post-bellici.»

Facendo parlare uno dei tuoi personaggi, scrivi: «Noi tedeschi non siamo riusciti a chiudere i conti con il passato» e in altri punti del romanzo parli di «mancata denazificazione», credi sia veramente cosi? 

Giuseppe Cesaro: «È così sia da voi, che da noi. La politica dopo queste grandi tragedie ha assunto da una parte un volto realista, dall'altro (non sempre, ma spesso) un volto cinico. Per ragioni che sono anche comprensibili anche se dal mio punto di vista non giustificabili, la parte del vecchio contro il quale abbiamo combattuto finisce per infiltrarsi nel nuovo che stiamo costruendo. Le stesse persone che hanno fatto parte dell'establishment di una stagione sconfitta dalla storia, la ritroviamo che riemerge sotto mentite spoglie per esercitare lo stesso ruolo che aveva prima sotto una bandiera diversa. È come se bevessimo l'acqua inquinata dallo stesso pozzo perché non abbiamo altra acqua con cui dissetarci. Quell'acqua però non è diventata pulita dalla notte al mattino dopo. Il male è dentro gli esseri umani e non riusciamo ad estirparlo e quando perdiamo di vista la memoria delle atrocità, lui ritira su la testa, si ripresenta con altre parole d'ordine, facce rassicuranti, sorrisi a trentadue denti e giacca e cravatta e ci convince di nuovo di essere la soluzione giusta ai nostri problemi. Cosa che ovviamente, come la storia dimostra, non è, anzi è la forma peggiore del nostro problema. Un incubo come quello dal quale questo romanzo è nato.»

Abbiamo riportato l'intervista, che trovate in forma completa in versione audio, cliccando in alto sulla freccia.

Stand: 09.04.2021, 18:28