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«La felicità degli altri» 

Ascolta l'intervista a Carmen Pellegrino

COSMO Radio Colonia - Beitrag 10.03.2021 05:46 Min. Verfügbar bis 10.03.2022 COSMO


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«La felicità degli altri» 

di Cristina Giordano

In una società che premia solo chi è felice, Clotilde «nata triste» non trova il suo posto. Un romanzo che parla di solitudine, in un momento in cui siamo costretti ad azzerare i contatti sociali. Carmen Pellegrino: «riconsideriamo i nostri parametri e torniamo a includere l’altro, come sapevamo fare un tempo».

La felicità degli altri

"La felicità degli altri" di Carmen Pellegrino

«La felicità degli altri» (La nave di Teseo), ultimo romanzo di Carmen Pellegrino, racconta la storia di Clotilde e della sua infelicità, iniziata fin dalla sua infanzia. Cresciuta con genitori assenti, incapaci di dedicarle affetto, Clotilde non imparerà mai a riconoscere l’amore. Un romanzo che racconta uno stato d'animo permanente. Cristina Giordano ha letto il libro per noi e intervistato l’autrice Carmen Pellegrino.

In questo romanzo la protagonista è Clotilde detta Cloe, che in una sorta di flusso di coscienza racconta la sua vita. Quella che tu descrivi come la sua «favola triste». Dove si origina la sua tristezza?

Carmen Pellegrino: «Lei fin da quando è bambina, vive ancora al villaggio con la famiglia di origine, si sente non amata. Porta con sé una sorta di disconoscimento da parte di quelle figure che poi sono così determinanti nella vita di ogni essere umano, le figure genitoriali. La madre è una figura imperiosa, incapace di sguardo verso questa figlia che in realtà vorrebbe solo sentirsi accolta. E il padre è assolutamente sfuggente, una figura quasi evanescente e lo sarà per il resto della vita di Clotilde. (Clotilde) porta con sé una sorta di domanda d’amore che non trova mai, o quasi mai, una risposta. Ma non riesce neanche a vederla questa risposta, a intuirla, lì dove potrebbe esserci». 

Il titolo del romanzo è «La felicità degli altri». Viviamo in una società che ci obbliga alla felicità ad ogni costo, e che tu dici «condanna coloro che non sono felici». Ci si chiede che chance ha Cloe di trovare il suo posto.

Carmen Pellegrino: «Lei si autoassegna uno stato d’animo all’origine triste. Lei dice «io sono nata triste, non c’è posto per me in questo mondo», che esclude a priori quelli che non si allineano con quanto viene richiesto dal tempo in cui viviamo. È un tempo che richiede all’individuo, al singolo di essere performante, di essere riuscito nella propria vita. Di avere una vita di successi, una vita non da perdente e contemporaneamente di mantenere alto il proprio umore o quanto meno di darsi l’aria di una sorta di felicità, contribuendo così alla felicità collettiva (…).»

La solitudine di Cloe si incontra/scontra con quella del professor T. Una figura che, come tu racconti nella postfazione, è ispirata a una storia di cronaca. Cosa ti ha colpito di quella storia?

Carmen Pellegrino: «Proprio la storia in sé. Io lessi nel 2018 la cronaca del ritrovamento a Venezia del corpo mummificato di un uomo, che poi si è scoperto essere un professore di liceo che era morto sette anni prima. E in questi sette anni nessuno era andato a bussare alla sua porta, nessuno aveva telefonato, nessuno lo aveva cercato mai. E quindi nessuno si era reso conto che era morto. E questo mi è sembrato incredibile. La realtà che supera la letteratura. Nel ricostruire la figura del professor T. ho voluto assegnare una vita di riserva a quest’uomo che è vissuto nell’invisibilità e così è morto.»

Sembra un romanzo che arriva nel momento giusto – anche se lo hai iniziato prima della pandemia. Il mondo ora costretto all’assenza dei contatti sociali sembra costringerci a tante solitudini. Che insegnamento ne possiamo trarre?

Carmen Pellegrino: «Ci siamo resi conto che la relazione con l’altro, lo sguardo con l’altro ci è necessario. È necessario alla nostra vita. Ci siamo resi conto di quanto sia stato addirittura più faticoso della stessa emergenza sanitaria. Perché proprio in un momento del genere, di fatica, di paura, di terrore, abbiamo bisogno del confronto con l’altro, di frequentare l’altro. Ma proprio questo non lo possiamo fare. Quindi potrebbe essere un’occasione per noi tutti di ripensare ad alcuni nostri parametri che avevano a che fare con il nostro tempo di prima in cui l’altro era già stato un po’ allontanato. L’altro che poteva essere lo straniero, il portatore di un’idea diversa dalla nostra o un essere umano fallito, perdente, malinconico, triste. Adesso speriamo che questa enormità che ci è accaduta ci può portare qualcosa di buono che è quello di riconsiderare i nostri parametri e includere l’altro, includerlo di nuovo, come sapevamo fare un tempo.»

Abbiamo riportato solo uno stralcio dell’intervista, che trovate in forma completa in versione audio, cliccando in alto sulla freccia.

Stand: 10.03.2021, 18:16