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Il Coronavirus si è indebolito?

Ascolta l'intervista a Cristina Giordano

COSMO Radio Colonia - Beitrag 11.09.2020 05:10 Min. Verfügbar bis 11.09.2021 COSMO

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Il Coronavirus si è indebolito?

di Cristina Giordano

Aumentano in contagi in Europa, soprattutto dopo i rientri dalle vacanze. Eppure decessi e casi gravi in rianimazione non sono più ai livelli di marzo e aprile. Perché? Cristina Giordano prova a rispondere a questa domanda, con l'aiuto di diversi esperti.

Coronavirus

Il Coronavirus visto al microscopio

Virus più debole?

Secondo diversi esperti, il virus oggi non si sarebbe affatto indebolito, né avebbe perso aggressività. È quanto sostiene ad esempio Alessandro Vergallo. Il presidente nazionale dell'Associazione Anestetisti Rianimatori Ospedaleri Italiani – Emergenza Area Critica (AAROI-EMAC) ricorda che c'è una ripresa dei contagi, seppur più lenta, ma soprattutto l'inesistenza di studi scientifici che provino con certezza un indebolimento del virus.

Perché oggi ci sono meno morti?

È vero che il numero di decessi è calato. Se si osservano i dati dei decessi, ad esempio in Italia, sembra lontano il picco arrivato a marzo, quando si sono registrati oltre 900 decessi in 24 ore. Ora se ne registrano 10-14 al giorno. Alessandro Vergallo, motiva così questi dati:

«È difficile fare un confronto con i momenti iniziali della pandemia in cui c'era una disponibilità scarsissima di tamponi, e la situazione odierna, dove i numeri di tamponi fatti sul territorio nazionale italiano, europeo, e forse anche mondiale, è enormemente aumentato.»

In sostanza la tesi di Vergallo è che grazie all'impiego massiccio di tamponi riusciamo a individuare i contagi più velocemente, e i pazienti malati sono spesso agli stadi iniziali della malattia. Inoltre si è abbassata l'età delle persone malate di Covid-19 e questo rende da un lato le strategie terapeutiche più efficaci – anche grazie ai tanti studi clinici effettuati in questi mesi –, dall'altro è meno probabile che questi pazienti, proprio perché giovani, abbiano patologie gravi tali da compromettere il decorso terapeutico.

Quanto è importante il dato relativo ai tamponi?

In Italia, soprattutto all'inizio della pandemia si effettuavano tamponi soprattuto a persone che presentavano già sintomi, spesso ci si accorgeva che la malattia era in stato già avanzato. Oggi non è più così. Il ricercatore Matteo Villa dell'Ispi – spiega cosa significa: 

«Secondo le ricerche recenti sembra che non sia il virus ad essersi indebolito, ma noi che lo troviamo di più. Tanto per fare un esempio sull'Italia : all'inizio ci sembrava che morisse il 15%. Oggi sembra sia attorno all'1%. La realtà è che la nostra capacità di fare test e di individuare le persone infette, compresi gli asintomatici è cresciuta moltissimo. Ma il virus resta letale allo stesso modo, in Italia dovrebbe uccidere l'1% delle persone che infetta, 10 volte più letale dell'influenza comune.»

La situazione in Germania

Secondo i dati osservati da Matteo Villa, e pubblicati oggi sul sito dell'Ispi, la Germania che già all'inizio della pandemia faceva più tamponi, e ha adottato una strategia di tracciamento più efficace, ha migliorato ancor di più il controllo del virus. Oggi nonostante i circa 1.000 casi di contagio al giorno, i dati sono confortanti. Secondo Villa, la letalità tedesca sarebbe scesa dal 5% allo 0,6%. Significa che oggi si trovano quasi tutti gli infetti. Inoltre aggiunge Villa:

«In gran parte dei paesi dell'Europa, soprattutto in estate abbiamo fatto i test soprattutto alle persone che tornavano dalle vacanze. Potete immaginare che si tratta di persone con un’età mediana bassa rispetto alla popolazione in generale. Diciamo che le persone sotto i 45 anni hanno una minor probabilità di morire o di avere un'infezione grave, quindi troviamo una letalità più bassa.»

I dati tedeschi sono confermati anche da chi lavora in ospedale?

Sembrerebbe di sì. Davide Peris, pneumologo presso l'ospedale Kloster Grafschaft di Schmallenberg, cittadina del Nordreno-Vestfalia, racconta che nel suo ospedale in queste ultime settimane non si è abbassata la guardia, ma si è mantenuta un’attenzione alta, valutando la possibilità di rischio del paziente – ad esempio se proveniente o meno da paesi considerati a rischio, come Romania o Croazia. Peris conferma il dato di una maggior positività al Covid-19 per i pazienti più giovani.

Torneremo al lockdown?

Vergallo, Villa e Peris non vedono probabile, nel breve periodo, un ritorno al lockdown. Tuttavia, ricordano che tutto dipenderà da quanto riusciremo a mantenere alti i livelli di tracciamento e il rispetto delle misure di distanziamento sociale.

Stand: 11.09.2020, 18:30