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Legati alle baraccopoli

Legati alle baraccopoli

di Cristina Giordano e Luciana Caglioti

Condizioni precarie, sfruttamento e illegalità. Ma i migranti non lasciano i ghetti come Borgo Mezzanone: andare a vivere altrove significherebbe rischiare di perdere il lavoro. Ce ne parla Alessandro Verona, medico di Intersos all’interno del campo.

Migrant in Borgo Mezzanone, Apulien, Italien

Migranti sfruttati nelle baraccopoli italiane

A Borgo Mezzanone solo qualche giorno fa (nella notte del 25 aprile) è morto carbonizzato il giovane gambiano Samara Saho, 26 anni, rimasto ucciso nell’incendio che ha bruciato la baracca dove viveva – e dove sembra avesse iniziato recentemente un’attività di vendita di abiti usati.

Alessandro Verona, Artz für Interos in dem Ghetto von Borgo Mezzanone, Italien

Alessandro Verona in servizio a Borgo Mezzanone

Si tratta dell’ennesima morte avvenuta nel ghetto costruito nei pressi di Foggia e che conta circa 1000-1200 abitanti, per lo più uomini adulti, impiegati nei campi agricoli del foggiano, o come Samara Saho, gestori di attività all’interno di quella che col tempo è divenuta una cittadina abusiva.

Qui i migranti accettano di vivere nonostante le condizioni igienico-sanitarie precarie e nonostante alcune proposte avanzate dalla Prefettura di Foggia e dal ministero dell’Interno che stanno procedendo a un piano di sgombero. „Pur di non andare a rubare, sono disposto a vivere qui”, sono queste spesso le parole ascoltate da Alessandro Verona, medico referente dell‘unità mobile per i migranti di Intersos, presente a Borgo Mezzanone. Perché se si esce dalla baraccopoli, si rischia di uscire dal circuito lavorativo che assicura anche quei pochi euro guadagnati – come spiega ai nostri microfoni Alessandro Verona.

Stand: 29.04.2019, 18:20